Per viaggiare non necessariamente c’è bisogno di un corpo, ma si può far ricorso anche allo spirito. Si possono visitare milioni di posti senza in realtà vederne realmente nemmeno uno, come si può leggere una frase per essere catapultati in un mondo di colori, odori e profumi. Ed ecco che qui entrano in gioco i libri! Un libro permette al “viaggiatore” di partire senza mai uscire di casa, quante volte abbiamo volato con la mente verso luoghi incredibili, magari percependo il freddo di un ghiacciaio o il caldo torrido del deserto. Questo perché, i libri sono magici possono condurci lontano per farci vivere esperienze diverse e sempre nuove. Leggere libri, ha la capacità di farci sognare, cosa ancora più bella, però, sarà scegliere la prossima destinazione dei nostri viaggi, dopo la lettura di un libro. “Il giro del mondo con i libri” è un laboratorio di lettura dedicato alla scoperta o riscoperta di grandi opere della letteratura mondiale. Sabina Izzo in collaborazione con l’Archivio Fotografia Mediterranea di Torchiara conduce un percorso che abbraccia la letteratura americana, sudamericana, asiatica passando per l’Africa e per molti altri luoghi e storie. Serate di confronto, approfondimento, lettura e condivisione. Un percorso dedicato a chi ama le storie e a chi le scrive. Tra gli obiettivi quello di scoprire storie e stili guardando lontano, a Paesi e opere che si reggono su sensibilità e creatività diverse da quella europea/occidentale.
realizzato con il contributo della Regione Campania L.R. N. 7 Art. 11 2025 e Parco Nazionale del Cilento Vallo di Diano Alburni
ANNO 2025

Cent’anni di solitudine – Gabriel García Márquez

Da José Arcadio ad Aureliano Babilonia, dalla scoperta del ghiaccio alle pergamene dello zingaro Melquíades finalmente decifrate: cent’anni di solitudine della grande famiglia Buendía, i cui componenti vengono al mondo, si accoppiano e muoiono per inseguire un destino ineluttabile. Con questo romanzo tumultuoso che usa i toni della favola, sorretto da un linguaggio portentoso e da un’inarrestabile fantasia, Gabriel García Márquez ha saputo rifondare la realtà e, attraverso Macondo, il mitico villaggio sperduto fra le paludi, creare un vero e proprio paradigma dell’esistenza umana. In questo universo di solitudini incrociate, impenetrabili ed eterne, galleggia una moltitudine di eroi predestinati alla sconfitta, cui fanno da contraltare la solidità e la sensatezza dei personaggi femminili.
Con la sua forza, il suo bagaglio di visioni e di prodigi, con la sua capacità di reinventare il mondo, Cent’anni di solitudine è il libro rivelazione che ha rivoluzionato il modo di narrare e ha aperto alla forma romanzo una nuova stagione di successi. Un capolavoro insuperato e insuperabile, un racconto tra i più amati di ogni tempo, un «romanzo ideale», secondo le parole dello stesso autore, «capace di rivoltare la realtà per mostrarne il rovescio».

Gabriel García Márquez (Aracataca, Colombia, 1927 – Città del Messico 2014), premio Nobel nel 1982, ha avuto con Cent’anni di solitudine (1967) la consacrazione del grande pubblico internazionale. Fra le sue opere: L’autunno del patriarca (1975), Cronaca di una morte annunciata (1981), L’amore ai tempi del colera (1985), Il generale nel suo labirinto (1989), Dell’amore e di altri demoni (1994), Memoria delle mie puttane tristi (2004).

Una ragazza fuori moda
di Louisa May Alcott (Autore)
Felicia Kingsley (Traduttore)

Una ragazza fuori moda racconta con garbo e ironia lo scontro tra due mondi opposti, dove l’autenticità di Polly scardina le apparenze, riscrive le regole dell’amicizia e dell’amore, e soprattutto insegna che la vera eleganza risiede nell’animo.
Introduzione e traduzione di Felicia Kingsley
Polly Milton è una ragazza di campagna, semplice, affettuosa e sempre allegra. Indossa abiti modesti e fuori moda, ma non fa caso a queste formalità, per lei la vera ricchezza si misura diversamente. Fanny Shaw, ragazza di città più che benestante, adora vestirsi sempre all’ultimo grido e ogni altro genere di frivolezza. Quando Polly arriva in città, ospite in casa di Fanny, le possibilità che le due vadano d’accordo sono davvero poche… eppure, tra loro nasce un’amicizia autentica e sorprendente. Non solo, ma Polly entra nelle grazie di tutta la famiglia di Fanny, che adora la sua spontaneità e il suo intramontabile ottimismo. Con il passare degli anni, anche i suoi sentimenti per l’impetuoso fratello di Fanny, Tom, si fanno sempre più forti. Chissà che anche loro non siano destinati a un legame profondo.

Louisa May Alcott nasce, seconda di 4 sorelle (Anna, Elizabeth e May), in Pennsylvania il 29 novembre 1832, nel giorno dell 33.mo compleanno del padre, Amos Bronson, che tentò, nel 1842, l’esperimento comunitario di Fruitlands, ironicamente rievocato in Giovanili furori trascendentalisti (Transcendental wild oats, 1873).
Amica della famiglia di Ralph Waldo Emerson e di Henry David Thoureau, fu infermiera durante la Guerra Civile Americana.
Pubblica il suo primo libro, Flower Fables, a 22 anni. È famosa in tutto il mondo per il romanzo Piccole Donne del 1868 (scritto tra maggio e luglio di quell’anno nella Orchard House al 399 di Lexington Road a Concord, Massachusetts, da allora chiamata “Home of Little Women” e ancor oggi visitabile) cui fecero seguito altri tre libri della serie meno riusciti: Piccole donne crescono (Good Wives, 1869), Piccoli uomini (Little men, 1871) e I figli di Jo (Jo’s boys, 1886). Tra le sue protagoniste, le sorelle March, quella che più le somiglia è Jo, prima figura nella letteratura per ragazzi di giovane donna che combatte per la sua indipendenza e i suoi diritti, diversa dagli stereotipi della narrativa per giovanette dell’epoca.
In totale pubblicò più di 30 libri tra romanzi e raccolte di racconti. Fu anche un’abolizionista e una femminista e si batté per i diritti delle donne.
Morì il 6 marzo 1888, a soli due giorni dalla morte del padre.

La casa che attende la notte
di Clara Sánchez (Autore)
Enrica Budetta (Traduttore)
Credi nei legami invisibili tra le persone? O pensi che ognuno sia libero di scegliere? Non c’è mai una sola risposta.
«Non è positivo essere consapevoli di tutto, bisogna lasciare spazio all’innocenza.»
«L’autrice spagnola, fenomeno da due milioni e mezzo di copie soltanto in Italia, che ha vinto i tre principali premi letterari spagnoli.» – Riccardo De Palo, Il Messaggero
«Si può raccontare il dolore trasfigurandolo in modo che sia sublimato nella scrittura? Ci riescono solo i grandi scrittori come Clara Sánchez.» – F
«Clara Sánchez è un’autrice amatissima grazie ai suoi bestseller, tra cui Il profumo delle foglie di limone con un milione di copie vendute.» – Benedetta Marietti , Il Venerdì – la Repubblica
Madrid. Un debole sole fa capolino fra i tetti del quartiere di Calle de Velázquez. Una luce che basta a creare un gioco di colori sul portone del civico 39. È il luogo in cui si trova Alicia, una giovane studentessa ventenne che non sa cosa fare della sua vita. Ha un’unica certezza: ogni pomeriggio si ferma davanti a un grande palazzo. Non è una sua decisione. A guidarla lì è Rafael, il bambino a cui fa da babysitter. Rafael ha appena un anno, ma i suoi occhi vedono con più chiarezza di quelli di Alicia e sembrano non essere offuscati dalle incertezze del futuro. Con stupore della ragazza, il bambino le indica a parole e gesti l’ingresso dell’edificio. All’inizio lei si rifiuta di credergli, fino a quando, dopo insistenze e capricci, decide di mettere da parte lo scetticismo. Quando entra, Rafael punta l’indice verso un appartamento al quinto piano dove si è consumata una tragedia. Qualche tempo prima, un ragazzo di nome Hugo è uscito di casa e non ha più fatto ritorno. Di quel mistero nessuno sa niente. Eppure, Rafael le sta chiedendo a modo suo di scavare in quella scomparsa. Di non fermarsi alle apparenze. Alicia sente di doverlo ascoltare. Perché a volte gli sconosciuti possono essere uniti dal destino. E l’unico modo di trovare una direzione è abbandonare la luce e scegliere la notte, lasciandosi guidare dal nostro istinto più nascosto.

Clara Sánchez è una scrittrice spagnola. Durante la sua infanzia ha viaggiato molto a seguito della famiglia, per gli spostamenti dovuti al lavoro del padre. Laureatasi in filologia spagnola presso l’Università Complutense di Madrid, ha insegnato alla Università nazionale per l’educazione a distanza.
Sánchez ha scritto prefazioni a moltissimi libri di autori stranieri (fra i quali ricordiamo Yukio Mishima), ha collaborato con diversi periodici nazionali, ed è stata occasionalmente collaboratrice della serie televisiva ¡Qué grande es el cine! Il suo romanzo d’esordio, Piedras preciosas, ha ricevuto al suo apparire (1989) un ottimo riscontro di critica. Filo conduttore dell’opera di Sánchez è una prosa intimistica, capace di mettere a nudo le iniquità e inadeguatezze del mondo contemporaneo grazie anche ad una buona dose di humour cinico.
Nel 2010 ha ricevuto il Premio Nadal per il suo romanzo Il profumo delle foglie di limone, un thriller psicologico i cui protagonisti includono un sopravvissuto spagnolo al campo di concentramento di Mauthausen-Gusen e una giovane donna in crisi, il cui percorso incrocia quello di un’anziana coppia di nazisti sulla Costa del Sol.
Tra gli altri titoli, pubblicati in Italia da Garzanti, ricordiamo, Le cose che sai di me (2014), vincitore del Premio Planeta, Le mille luci del mattino (2015), La meraviglia degli anni imperfetti (2016), vincitore del premio Alfaguara, La forza imprevedibile delle parole (2017), Cambieremo prima dell’alba (2020), I peccati di Marisa Salas (2022), Il primo respiro dopo la pioggia (2023), La casa che attende la notte (2025).
Fonte immagine: Garzanti Editore

La fortuna dei Kérambrun
di Hélène Gestern (Autore)
Roberto Boi (Traduttore)
Romanzo sui segreti e i ricordi che la natura custodisce nel silenzio, La fortuna dei Kérambrun è la storia straordinaria di una famiglia cui il mare ha dispensato e sottratto le sue fortune, ma anche un’ode alla bellezza della costa bretone, alle profondità del cuore umano.
Per un attimo non ho potuto fare a meno di pensare che forse non riuscirò mai a sbrogliare questo intreccio di vicende. Troppo tempo è passato, troppe maree han – no allagato Cézembre in cent’anni. La verità, se ne è mai esistita una, si è sfilacciata nel grembo del mare come le alghe che si disgregano nel flusso delle correnti.
«Alternando rivelazioni e momenti lirici di grande bellezza, La fortuna dei Kérambrun si inoltra nel passato per illuminare le storie mai raccontate di una famiglia in piena sintonia con l’elemento che ha scelto per sé: il mare, fra tempeste e bonaccia». – Lire
«Un romanzo magnetico, ampio e affascinante». – Le Figaro
Bretagna, oggi. Dalla stazione dei treni di Saint-Malo, cittadina fortificata sulla Manica, il mare non si vede. S’intuisce soltanto, dalla sabbia che il vento getta sulle strade, dal modo in cui il cielo s’appesantisce assorbendo il riverbero della luce. Eppure basta poco, ed ecco che davanti agli occhi di Yann de Kérambrun si spalanca la distesa tonante, l’azzurro profondo striato di grigio, l’orizzonte senza fine. La piccola isola di Cézembre, proprio dirimpetto. È guardando quell’orizzonte, quell’isola, che gli avi di Yann hanno immaginato e poi costruito la loro fortuna. Ed è lì che, in fuga da una Parigi aggressiva e opprimente, Yann torna, riprendendo possesso dell’antica villa di famiglia. Yann è l’ultimo di una stirpe di armatori, erede riluttante della Kérambrun & Figli: una compagnia che non ha alcun desiderio di possedere, che non è stato cresciuto per amministrare. Quella compagnia ha divorato l’esistenza di suo padre e ingoiato metà della breve vita di suo fratello. Ora però Yann non può più sottrarsi. Nel rimettere ordine fra le carte, si imbatte nei taccuini del bisnonno Octave, il fondatore, brillante capitano d’industria che in quelle pagine si rivela uomo inquieto, segnato dalla tragedia. Yann si è sempre rifiutato di conoscere la storia dei suoi avi ma ora – con tutta la solitudine del mondo sulle spalle – non può fare a meno di chiedersi quali altri dolori si siano inabissati nella vita di Octave, quali ferite possano riverberare nel tempo, fino a lui.

Raccontami tutto
di Elizabeth Strout (Autore)
Susanna Basso (Traduttore)
A Crosby è tempo di tornare a incontrarsi e a raccontarsi storie, storie dal passato, storie in filigrana, storie mai rivelate, storie buffe e struggenti, storie dell’amore che avrebbe potuto essere e non è stato, perfino inquietanti storie gialle. A raccontarle, finalmente unite sullo stesso palcoscenico, le due inimitabili capostipiti dell’universo narrativo di Elizabeth Strout, Lucy Barton e Olive Kitteridge. La rispettiva iniziale diffidenza delle due donne tanto diverse è superata in nome della loro comune passione: quella per l’inesauribile mistero di tutte le «vite ignorate», che solo in apparenza passano su questo pianeta senza lasciare traccia.
«Nessun romanziere oggi possiede la straordinaria capacità di Elizabeth Strout di provare un’empatia radicale, di vedere l’essenza delle persone fuori da riduttive categorie, di unirci senza sentimentalismi».
«The Boston Globe»
A New York Lucy Barton non ha piú fatto ritorno. La casetta sul mare che il suo ex marito William aveva affittato per loro durante la pandemia di Covid-19 è diventata la loro dimora permanente. Antichi affetti e nuove frequentazioni hanno permesso a Lucy Barton di non impazzire. Quella col vecchio amico di famiglia Bob Burgess, prima di tutto. Le loro passeggiate quotidiane, confidandosi piccoli segreti e affidandosi innocue debolezze, sono diventate un appuntamento corroborante e irrinunciabile. È stato Bob a parlarle della vecchia signora che vive nella residenza per anziani del paese. Ha più di novant’anni, è un po’ scorbutica e si chiama Olive Kitteridge. Lucy la va a trovare e, nonostante la diffidenza iniziale, Olive le racconta la storia di sua madre. Quel racconto ne chiama altri, di Olive a Lucy, di Lucy a Olive, dando il via a una consuetudine del narrare che si rinnova a ogni incontro, come in una versione moderna e deliziosamente spigolosa delle Mille e una notte. Frattanto Bob viene richiamato al suo antico mestiere di avvocato da un caso di cronaca avvenuto in città: il ritrovamento del corpo di una signora anziana scomparsa mesi prima. Il principale indiziato è un uomo del posto, Matthew Beach, suo figlio, e, su richiesta della sorella di Matt, Diana, Bob accetta di prenderne le difese. Mentre le indagini procedono, è a Lucy che Bob affida il suo dolore quando viene a sapere della tragedia che ha colpito l’amato fratello Jim, è a Bob che Lucy affida il proprio quando le figlie Chrissy e Becka per la prima volta non la invitano per Natale. Tornando indietro con la memoria, il lettore avveduto scopre strada facendo che, anche in questo caso, c’era una storia dentro la storia. E poi c’è lo sconosciuto brevemente amato in treno; c’è il professor Muddy e il suo lutto inconsolabile; c’è la prima moglie di Bob, Pam, con la sua dipendenza; c’è la gioventù sfiorita di Addie Beal e quella mai sopita della vecchia zia Pauline. Un carosello di storie che, pagina dopo pagina, si affastellano una sull’altra, alimentate dal desiderio di dar conto delle tante «vite ignorate» che scorrono apparentemente senza lasciare traccia, e di sondare così il mistero che tutti quanti siamo.

Vive a New York con il marito e la figlia, ed è originaria del Maine.
Ha insegnato letteratura e scrittura al Manhattan Community College per dieci anni e scrittura alla New School. Suoi racconti sono apparsi in numerose riviste, tra le quali il «New Yorker».
Con Amy e Isabelle (2000), acclamato da pubblico e critica, e vero e proprio caso editoriale, il suo primo romanzo, è stata finalista al PEN/Faulkner Prize e all’Orange Prize, e ha vinto il Los Angeles Times Art Seidenbaum Award per l’opera prima e il Chicago Tribune Heartland Prize.
Con Olive Kitteridge (2009) ha vinto il Premio Pulitzer.
Citiamo anche Resta con me (2010) e I ragazzi Burgess (2013).
Tra le sue pubblicazioni con Einaudi Mi chiamo Lucy Barton (2016), Tutto è possibile (2017), Olive, ancora lei (2020), Oh William! (2022), Lucy davanti al mare (2024), Oh William! (2022), Lucy davanti al mare (2024), Raccontami tutto (2025).

Ogni mattina a Jenin
di Susan Abulhawa (Autore)
Silvia Rota Sperti (Traduttore)
Pubblicato precedentemente con il titolo Nel segno di David
Un romanzo struggente che può fare per la Palestina ciò che il Cacciatore di aquiloni ha fatto per l’Afghanistan. Racconta con sensibilità e pacatezza la storia di quattro generazioni di palestinesi costretti a lasciare la propria terra dopo la nascita dello stato di Israele e a vivere la triste condizione di “senza patria”.
Attraverso la voce di Amal, la brillante nipotina del patriarca della famiglia Abulheja, viviamo l’abbandono della casa dei suoi antenati di ‘Ain Hod, nel 1948, per il campo profughi di Jenin. Assistiamo alle drammatiche vicende dei suoi due fratelli, costretti a diventare nemici: il primo rapito da neonato e diventato un soldato israeliano, il secondo che invece consacra la sua esistenza alla causa palestinese. E, in parallelo, si snoda la storia di Amal: l’infanzia, gli amori, i lutti, il matrimonio, la maternità e, infine, il suo bisogno di condividere questa storia con la figlia, per preservare il suo più grande amore. La storia della Palestina, intrecciata alle vicende di una famiglia che diventa simbolo delle famiglie palestinesi, si snoda nell’arco di quasi sessant’anni, attraverso gli episodi che hanno segnato la nascita di uno stato e la fine di un altro. In primo piano c’è la tragedia dell’esilio, la guerra, la perdita della terra e degli affetti, la vita nei campi profughi, condannati a sopravvivere in attesa di una svolta. L’autrice non cerca i colpevoli tra gli israeliani, racconta la storia di tante vittime capaci di andare avanti solo grazie all’amore.

Susan Abulhawa, cittadina americana, nasce da una famiglia palestinese in fuga dopo la Guerra dei Sei Giorni e vive i suoi primi anni in un orfanotrofio di Gerusalemme. In seguito abita in diversi paesi, tra cui anche il Kuwait e la Giordania. Si laurea in scienze biomediche all’Università della South Carolina ed ebbe una brillante carriera nell’ambito delle scienze mediche.
Susan Abulhawa è autrice di numerosi saggi sull’argomento, per cui è stata insignita nel 2003 del premio Edna Andrade, relatrice a diversi convegni e attivista in ambito umanitario, ha fondato l’associazione Playgrounds for Palestine, che si occupa soprattutto dei bambini dei Territori Occupati. Vive in Pennsylvania. I suoi articoli sulla situazione palestinese sono apparsi su numerose riviste, tra le quali «New York Daily News», «Chicago Tribune», «Christian Science Monitor» e «Philadelphia Inquirer». Nel 2006 Sperling & Kupfer pubblica il suo romanzo Nel segno di David. Per Feltrinelli pubblica nel 2011 Ogni mattina a Jenin, nel 2015 Nel blu tra cielo e mare e nel 2020 Contro un mondo senza amore.
ANNO 2024

«Sacheri si immerge nelle profondità della condizione umana. Un romanzo luminoso e potente. EL CULTURAL» EL CULTURAL «Questo romanzo tocca con grande talento narrativo una corda sensibile nell’immaginario collettivo argentino: i movimenti armati di sinistra. Davvero notevole.» THE OBJECTIVE «Eduardo Sacheri riesce come pochi a dare alle storie che racconta una proiezione universale. Storie di gente comune, dove il quotidiano diventa epico.» Juan Jose Campanella, regista premio Oscar di Il segreto dei suoi occhi. » Juan Jose Campanella, regista premio Oscar di Il segreto dei suoi occhi Siamo nell’Argentina del 1975, l’anno cruciale che precede il golpe di Videla e che fa seguito alla morte di Perón. La guerriglia contro il governo è nel pieno del suo fervore, e a combatterla sono formazioni tra loro antagoniste, come l’ERP di ispirazione trotzkista e i peronisti di sinistra detti Montoneros. Alejandro e il Cabezón sono amici di infanzia, cresciuti insieme nella periferia di Buenos Aires, e con l’idealismo e la confusione dei loro vent’anni hanno deciso di unirsi alla lotta armata, ritrovandosi però dalle due parti opposte della rivoluzione. Non rinunciano comunque alla loro amicizia, fatta di incontri clandestini sul tetto che separa le loro case, e di lunghe chiacchierate tra birre e sigarette, in cui passano il tempo a sfottersi per le rispettive scelte, a mettere in dubbio le proprie e altrui ragioni, a formulare speranze e a scacciare le delusioni o i pericoli che si profilano all’orizzonte. Intanto passano i mesi, e ciascuna delle due cellule sta preparando un’azione violenta, che dovrà essere esemplare, clamorosa, e magari consentire a chi vi partecipa la sospirata promozione nella gerarchia militare. E le vittime? Chi sono, come verranno scelte? Meritano di diventare bersaglio della giustizia rivoluzionaria o sono semplicemente un obiettivo a portata di mano? Eduardo Sacheri riesce a raccontare con umanità toccante la vita quotidiana dei militanti con le loro famiglie normali nelle quali si scava un solco di incomunicabilità sempre più profondo tra genitori e figli, e delle vittime spesso ignare anche della colpa che sarebbero chiamate a espiare. Ne scaturisce un racconto universale e di straziante attualità sugli effetti dell’ideologia che sfocia nella violenza politica.

Delle molte leggende alla cui nascita Bolano stesso ha contribuito, l’ultima riguarda la forma che “2666” avrebbe dovuto assumere. Si dice infatti che l’autore desiderasse vedere i cinque romanzi che lo compongono pubblicati separatamente, e se possibile letti nell’ordine preferito da ciascuno. La disposizione, ammesso che sia autentica, era in realtà un avviso per la navigazione in questo romanzo-mondo, che contiene di tutto: un’idea di letteratura per la quale molti sono disposti a vivere e a morire, l’opera al nero di uno scrittore fantasma che sembra celare il segreto del Male, e il Male stesso, nell’infinita catena di omicidi che trasforma la terra di nessuno fra gli Stati Uniti e il Messico nell’universo della nostra desolazione. Tutte queste schegge, e infinite altre, si possono in effetti raccogliere entrando in “2666” da un ingresso qualsiasi; ma fin dall’inizio il libro era fatto per diventare quello che oggi il lettore italiano ha modo di conoscere: un immenso corpo romanzesco oscuro e abbacinante, da percorrere seguendo una sola, ipnotica illusione – quella di trovare il punto nascosto in cui finiscono, e cominciano, tutte le storie.

“Vita a spirale” è un romanzo sorprendente, un on the road africano che ci apre ai misteri delle vite, dei sogni, dei divertimenti, del gergo dei giovani africani di oggi. La corruzione e l’assurdità del continente nero sono ampiamente descritte, ma il tono ironico e leggero contrasta con la cupezza con cui i media ci parlano dell’Africa. Ndione non nasconde la povertà, l’ingiustizia, la mancanza di orizzonti cui sono condannate queste giovani esistenze, ma porta alla ribalta con umorismo straordinario anche la gioia di vivere, di stare con gli amici, di sognare e la via maestra per raggiungere questi scopi: la canapa o marijuana o erba, che dir si voglia.

Un ragazzo di quindici anni, maturo e determinato come un adulto, e un vecchio con l’ingenuità e il candore di un bambino, si allontanano dallo stesso quartiere di Tokyo diretti allo stesso luogo, Takamatsu, nel Sud del Giappone. Il ragazzo, che ha scelto come pseudonimo Kafka, è in fuga dal padre, uno scultore geniale e satanico, e dalla sua profezia, che riecheggia quella di Edipo. Il vecchio, Nakata, fugge invece dalla scena di un delitto sconvolgente nel quale è stato coinvolto contro la sua volontà. Abbandonata la sua vita tranquilla e fantastica, fatta di piccole abitudini quotidiane e rallegrata da animate conversazioni con i gatti, dei quali parla e capisce la lingua, parte per il Sud. Nel corso del viaggio, Nakata scopre di essere chiamato a svolgere un compito, anche a prezzo della propria vita. Seguendo percorsi paralleli, che non tarderanno a sovrapporsi, il vecchio e il ragazzo avanzano nella nebbia dell’incomprensibile schivando numerosi ostacoli, ognuno proteso verso un obiettivo che ignora ma che rappresenterà il compimento del proprio destino. Diversi personaggi affiancano i due protagonisti: Hoshino, un giovane camionista di irresistibile simpatia; l’affascinante signora Saeki, ferma nel ricordo di un passato lontano; Òshima, l’androgino custode di una biblioteca; una splendida prostituta che fa sesso citando Hegel; e poi i gatti, che sovente rubano la scena agli umani. E infine Kafka. “Uno spirito solitario che vaga lungo la riva dell’assurdo”.

Tra colpi di scena, inseguimenti nei sotterranei, scontri a fuoco con delinquenti e assassini di varia estrazione, Alex Beer tinteggia in modo estremamente documentato e avvincente la vita nella società viennese del primo dopoguerra.
«Una trama snella, veloce, con infiniti colpi di scena e un protagonista non stereotipo, un uomo animato dal senso di giustizia che riassume in sé la precarietà e la pena di quegli anni.» – Luigi Forte, Tuttolibri – La Stampa
«La coppia Emmerich-Winter funziona alla perfezione e si presta benissimo al trattamento seriale; anche la trama è condotta con sicurezza, in ossequio ai moduli collaudati del genere poliziesco» – Ranieri Polese, La Lettura
Nella Vienna del 1919, uscita distrutta dalla Prima guerra mondiale e ridimensionata nei suoi fasti imperiali, un reduce viene trovato morto in un bosco alla periferia della città. Per una pura coincidenza, indagando su alcune attività di contrabbando, l’ispettore August Emmerich si trova a lavorare al caso che pur sembrando un assassinio camuffato maldestramente viene archiviato come suicidio. Emmerich è molto impressionato dalla vicenda poiché è lui stesso un reduce e una scheggia di granata in una gamba gli causa dei dolori insopportabili che lo hanno reso dipendente dall’eroina. Lo aiuta nell’indagine Winter, giovane membro di una famiglia aristocratica decimata dall’influenza spagnola, che vive con la nostalgica e autoritaria nonna. L’indagine prende corpo tra caffè frequentati da prostitute e ricchi borsaneristi, strade piene di sopravvissuti che chiedono l’elemosina e scontri tra militanti comunisti e polizia. Emmerich, con i suoi metodi non ortodossi e qualche bicchiere di troppo, corre sempre più rischi mentre si avvicina alla verità sulla serie di omicidi che stanno sconvolgendo la città. Tutto sembra essere collegato alle atrocità compiute sul fronte orientale durante la guerra ma i responsabili hanno ancora un ruolo importante nella società austriaca e, solo con l’aiuto del boss della borsa nera Kolja, Emmerich riuscirà a uscire vivo da una situazione disperata.

Libro vincitore del Premio Inge Feltrinelli 2023, categoria Diritti in costruzione.
Agli occhi della piccola Tutu – cinque anni – la guerra civile in Liberia appare come una favola. Per tre settimane la bambina fugge e si nasconde dai ribelli (i draghi), assieme alla nonna, due sorelle e il padre (il “Gigante” che la protegge). I cadaveri lungo la strada sono persone “che dormono”, le fa credere il padre aiutandola così a superare l’orrore. Le donne del titolo sono la mamma e una giovane miliziana ribelle, che faranno l’impossibile per cercare di salvare Tutu e la sua famiglia. Così un’atroce storia di guerra si trasforma in una favola dove convivono mostri ed eroi, cattivi e fate buone.
«La storia commovente di una bambina che inizia una nuova vita negli Stati Uniti, e la narrazione della nostalgia e della perdita di un intero popolo.» – Michela Marzano, Robinson – la Repubblica
«I draghi, il gigante, le donne è il racconto di una storia che ha bisogno di prendersi lo spazio per mettersi in ordine. È la crescita di una bambina che diventa donna. È realismo magico, realismo mimetico, memoir. È fuga e ritorno.» – Rebecca Ramacciotti per Maremosso
La piccola Tutu sente uscire dalle nuvole la voce della mamma assente da anni, pensa che sia una di quelle voci delle persone morte che – le ha spiegato la nonna – vivono nelle nuvole e da lì ci parlano. In realtà la mamma non è morta. Vive e studia a New York con una borsa alla Columbia University. Ogni domenica telefona e le manda le videocassette di Tutti insieme appassionatamente e Il mago di Oz, dove la bambina vede per la prima volta delle persone bianche. «Perché sono così?» chiede al padre, «sembrano malati». Un giorno però scoppia la guerra civile e Wayétu è costretta a fuggire con la famiglia e a nascondersi nei boschi. Le strade sono coperte di cadaveri. «Cosa fanno per terra?» chiede la bambina. «Dormono» risponde il padre, che lei immagina come un Gigante buono, capace di difenderli da ogni violenza. Soprattutto dai “Draghi”, che sono in realtà i ribelli che li inseguono per ucciderli. La fuga attraverso la guerra feroce, il pericoloso tentativo di attraversare la frontiera con l’aiuto della madre e di una giovane ribelle, l’arrivo negli Stati Uniti, l’esperienza difficile dell’integrazione in Texas sono narrati come una fiaba che aiuta il lettore a superare l’orrore e a disegnare un senso, e quindi una speranza, nel mezzo dell’assurdo.

Dopo la strepitosa passeggiata nei boschi degli Appalachi, Bill Bryson è partito per l’Australia: l’isola più estesa del mondo e che è anche un continente, l’unico continente che è anche una nazione, l’unica nazione che è nata come una prigione. Armato di tanto tempo, del suo immancabile diario di viaggio e di inesauribile ironia e curiosità, Bryson ha attraversato in treno l’interno desertico, ha guidato nelle città e lungo le strade costiere, ha camminato e navigato, e si è fermato a parlare più o meno con tutti quelli che ha incontrato. Ayers Rock e la Grande barriera corallina, il bush e la spinifex, i serpenti velenosi e i canguri, Sydney e Canberra, gli aborigeni, i vecchi hippy e i surfisti in cerca della grande onda… il “catalogo australiano”, insomma, è completo, e non poche saranno anche le sorprese. Tutto raccontato con la partecipazione emotiva, l’allegria stilistica e l’umorismo che hanno fatto di Bryson lo scrittore di viaggi più letto, e divertente, al mondo.

Il direttore della polizia dell’Attica, il nostro amato Kostas Charitos, e la sua sostituta a capo della squadra omicidi, Antigone Ferleki, si trovano a dover affrontare una nuova, spinosa, indagine. Un professore universitario, che si era attirato molte antipatie da parte di allievi e colleghi, è stato ucciso nel suo ufficio durante una manifestazione studentesca sfociata in scontri con la polizia. Mentre le prime ricerche si concentrano sugli studenti della vittima e sulle persone a lui più vicine, un secondo omicidio scombina le carte in tavola agli inquirenti, aprendo diverse, inaspettate, prospettive. Ma, purtroppo, non è finita qui e l’atroce scia di delitti continua ad allungarsi mettendo a dura prova l’intelligenza e le capacità degli investigatori. In questo scenario complicato, per Kostas e Antigone non ci sono solo i colpevoli da trovare, ma anche le pressioni del governo e dei superiori da affrontare. Nel frattempo la vita ad Atene scorre frenetica, tra traffico, speranze di ripresa economica, di salvifici investimenti stranieri e con un’intera generazione, quella dei più giovani, che deve fare i conti, molto più che in passato, con la paura e la possibilità del fallimento. Petros Markaris firma un altro romanzo sorprendente in cui Kostas Charitos, i suoi colleghi e la sua famiglia allargata tornano protagonisti di un giallo intricato e complesso. Un caso dove il confine tra colpevoli e vittime è più labile di quello che si può pensare, in una società ultracompetitiva come quella moderna, mentre la Grecia cambia e rischia di lasciare indietro i più giovani e i più deboli.

Il primo libro lettone del catalogo Iperborea. Un classico moderno, un romanzo originale, pieno di humour e fantasia sulla storia della Lettonia.
In un antico maniero nei dintorni di Riga vive una famiglia del tutto speciale: il figlio di un’artista circense giramondo e il suo fratellastro giapponese, l’eccentrico nonno che con marsina e cappello a cilindro gestisce un noleggio di carrozze, un misterioso Aviatore e la malinconica Baronessa proprietaria della tenuta, discendente di una casata tedesca del Baltico. È seguendo i destini individuali e fatalmente intrecciati di questa bizzarra comunità che ci ritroviamo immersi nella tumultuosa storia della Lettonia, tra l’alternarsi delle dominazioni nazista e sovietica, la tragica sorte degli ebrei, e il tormentato costruirsi di una nazione che è sempre stata un crocevia di popoli, lingue e culture. Una saga famigliare attraverso le ferite del XX secolo a cui fa da perfetto controcanto l’avventura calviniana di Waltraute von Brüggen, nobildonna tedesca del Settecento che dopo aver perso il marito in guerra ne ritrova solo la metà di sotto, cucita alla parte superiore di un seducente soldato lettone. Richiamandosi l’un l’altra, le due storie si alternano e procedono parallelamente in un incalzante gioco affabulatorio, dando voce a un racconto d’amore, di perdita e desiderio, e a una memorabile allegoria intorno al signifcato di identità. Capolavoro di uno dei maggiori scrittori baltici del nostro tempo, questo romanzo ha il fascino di un realismo magico in versione lettone, capace di sorprendere, far ridere e riflettere, e di comporre in un domino letterario le tessere sparse della Storia europea.

Vincitore del Mistery Writers of Japan Award. Votato come miglior romanzo giallo giapponese. Nomination per il Naoki Prize. Nomination per il Booksellers Award. Nella selezione ufficiale di “Books for Japan”
«Mescolando la saga familiare con la storia, l’allegoria e un pizzico di realismo magico, Sakuraba aspira a trasporre Cent’anni di solitudine nella campagna giapponese» – Internazionale
«Per capire una volta di più che il cuore pulsante della storia del mondo è femmina» – D di Repubblica
Appassionante saga familiare che narra di tre generazioni di donne nel dopoguerra giapponese
Manyo, un’orfana nata con l’abilità di profetizzare come una novella Cassandra, viene adottata dalla ricca e potente famiglia Akakuchiba e ne sposa in seguito l’erede. Nel corso della sua vita avventurosa non rivelerà mai le sue predizioni sul futuro, inclusa quella della prematura morte del suo primo figlio. La figlia di Manyo, Kemari, trascorre la sua giovinezza ribelle insieme a una gang di motociclisti, sempre in sella, per diventare un’artista comica amata da tutto il Giappone e la nipote, Toko, si sente un'”inutile” giovane donna, ma si impegna a risolvere il mistero delle ultime parole pronunciate da Manyo in punto di morte: “Sono un’assassina”. Nel cinquantennio di drastici cambiamenti che ha coinvolto il Giappone a partire dal dopoguerra e attraverso la Guerra Fredda, dalla fase della bolla economica fino al Ventunesimo secolo, il destino degli Akakuchiba ha alti e bassi, e così anche quello delle donne della famiglia.

“La donna abitata” è il romanzo della rivoluzione sandinista, scritto in un crescendo di suspense dalla più nota scrittrice del Nicaragua. È la storia di due donne, vissute in epoche diverse, la prima un’india che combatte contro i conquistadores e la seconda una donna moderna, che vive sotto una feroce dittatura centroamericana. Le loro vite s’incontrano magicamente nell’amore e nella guerriglia. “La donna abitata” è stato tradotto e pubblicato con successo in tutto il mondo.

Se on the road ci finisci perché un feroce trafficante di droga ti sta dando la caccia e tu non stai cercando “l’assoluto” ma solo la pelle salva e un po’ d’umanità per scaldarti il cuore, se il tuo sense of humour ti consente, mentre dormi all’addiaccio e rimugini sugli errori commessi, di raccontare un’America balorda e grandiosa al tempo stesso, allora sei Peter Kaldheim e hai scritto questo bellissimo libro.
«Il vento idiota è un memoir irresistibile. La scrittura di Kaldheim raccoglie il lascito di Orwell, Kerouac e Fred Exley». – Jay McInerney
«Avevo trentasette anni, ero disoccupato e senza il becco di un quattrino. Come se non bastasse, non avevo una casa – se si esclude l’armadietto a pagamento alla Penn Station nel quale tenevo vestiti e articoli da bagno. In breve, la mia vita era diventata qualcosa di cui era impossibile vantarsi, alla quale si poteva soltanto sopravvivere, e la colpa era soltanto mia e dei miei complici: alcol, cocaina e una vena radicata di quella che il mio vecchio professore di filosofia greca avrebbe definito akrasia – una debolezza della volontà che porta ad agire andando contro ogni buonsenso. Se il greco non fa per voi, datele il nome che le ha dato Bob Dylan: Idiot Wind, vento idiota. Era così che mi ero rassegnato a chiamarlo io, e da quasi dodici anni quel vento infuriava nella mia vita facendola a pezzi. L’avevo visto portarmi via tutto ciò che avrebbe dovuto contare qualcosa. Il mio matrimonio. La mia carriera. Il rispetto dei miei genitori e dei miei amici. Persino un posto dove dormire la notte. Tutto spazzato via. Sparito assieme al vento idiota».Trent’anni dopo Jack Kerouac, l’autore di questo divertentissimo (ma assai tosto) memoir ne segue le tracce, spostandosi in autostop e dormendo in alloggi di fortuna, rifugi per senzatetto e sotto i cavalcavia. Lungo la strada incontra un’umanità derelitta fatta di tossici e barboni, hippie e reduci del Vietnam e anime perse capaci di inaspettato altruismo. Ci lascia così un quadro di un’America che non finisce mai di stupirci.
